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QUALE MODELLO DI REGOLE PER IL CALCIO (E LO SPORT) IN ITALIA

di Luca Siniscalchi


08/06/2016

Indubbiamente l'economia a dettare lo sviluppo del diritto, nel senso che, in una relazione causa-effetto, lo sviluppo delle regole segue il determinarsi delle situazioni economiche da disciplinare, nel costante tentativo, spesso intempestivo ed inefficace, di riuscire a governare la loro evoluzione in conformità all'interesse collettivo; ciò almeno secondo una visione virtuosa della relazione in esame.
Questa osservazione è ancor più veritiera se inserita nella valutazione di quanto sempre più palesemente accade nel mondo dello sport e, in particolare, del calcio, che degli effetti, spesso vorticosi, della cennata relazione costituisce un laboratorio per eccellenza, in ragione del rilievo, sempre maggiore, da esso assunto nel contesto dei rapporti elaborati dal mondo della grande finanza.
Sono di questi giorni le indiscrezioni che, addirittura, vorrebbero dietro le operazioni di acquisizione della proprietà dei due club di Milano, intentate da parte di gruppi cinesi di aziende e di finanziatori ancora non ben identificati, non più solo singoli soggetti od agglomerati, bensì la presenza di un governo, quello della Repubblica Popolare della Cina, che, con finalità egemoniche, sarebbe interessato a sviluppare un piano pluriennale di investimenti all’estero con cifre di entità stratosferica per realizzare lo sviluppo del calcio nel proprio paese (il che, messo solo in questi termini, non pare credibile, almeno a nostro parere).
Una ricostruzione storica rivela che i mutamenti in corso negli scenari economici, pur trovando origine in fasi anche precedenti, sono emersi appieno con gli anni 2000, allorché le situazioni di crisi registrate nel contesto internazionale e nei singoli paesi del vecchio continente, cioè in quelle nazioni che, tradizionalmente avevano svolto fino ad allora un ruolo di primario rilievo nel contesto dei settori della finanza mondiale, hanno avuto rilevanti ripercussioni sulle dinamiche del calcio (oltre che di altri settori), rivelatosi un veicolo più adatto alle mire di conquista dei mercati in difficoltà.
Pertanto, su influenza di tali fattori si sono prodotti veri stravolgimenti rispetto alle logiche di organizzazione dei movimenti calcistici in precedenza prevalenti nei vari paesi, per un costante crescendo dei risvolti prodotti da fenomeni quali la globalizzazione dei mercati, la perdurante incapacità di colmare i gap strutturali da parte delle economie tradizionali o l'incremento del rilievo delle leve finanziarie alternative, derivato dall’aumento di introiti generati dalle tv a pagamento oppure dall'incidenza dei guadagni consentiti dalla diffusione del merchandising, a detrimento delle fonti di sostegno più tradizionali, come gli incassi prodotti dai ricavi prodotti dal costo dei biglietti degli eventi o, piuttosto, lo sviluppo dei settori giovanili, con le possibilità di vendita dei prodotti dei vivai.
Nelle condizioni ambientali, di cui si è accennato, sono prevalsi significativi trend economici, quali la tendenza alle acquisizioni delle proprietà dei club europei da parte di investitori stranieri provenienti dai paesi caratterizzati da crescita positiva, compiute mediante la realizzazione di operazioni finanziarie di macroscopiche entità con l’obiettivo di penetrare e conquistare nuovi mercati territoriali, o la ricerca della riorganizzazione delle società sportive sulla base di criteri e di modelli profondamente diversi in confronto a quelli in precedenza invalsi, al fine di far fronte alle esigenze di competitività con le società economicamente più solide o di rimediare alla penuria di risorse, in modo da garantire la loro sopravvivenza, se non talvolta la "resurrezione".
Le descritte dinamiche hanno dapprima coinvolto realtà certamente più interessanti dal punto di vista economico rispetto a quella italiana, vale a dire quelle di nazioni come l’Inghilterra, la Francia o la Germania, che, per essere ritenuti mercati ad elevata priorità, sono stati in grado di convogliare interessi e capitali finanziari di investitori alla ricerca di business di successo per effetto dei vari fattori strutturali di attrattività offerti da quelle realtà.
Dal punto di vista giuridico, gli organi di quei paesi, deputati ad amministrare il mondo dello sport, hanno approntato soluzioni diverse per regolare il settore del calcio.
Se vogliamo tracciare le caratteristiche principali di due filosofie alternative implementate nei modelli prevalsi in quei contesti territoriali, individuiamo, da un lato, il sistema attuato nella Premiere League inglese, che ha visto una sostanziale eliminazione di barriere all’ingresso per gli imprenditori stranieri, tant’è che oggi più della metà della proprietà dei club della prima serie di quella nazione sono in mani straniere, e, dall’altro versante, l’organizzazione della Bundersliga tedesca, che, invece, ha previsto che la preservazione della proprietà dei club in favore dei tifosi, resi titolari della maggioranza delle quote sociali, e l’attribuzione del residuo, almeno in quota maggioritaria, alla proprietà di imprese e società nazionali, con derivanti notevoli limitazioni per gli stranieri.
Entrambi i modelli, almeno sinora, hanno funzionato in modo efficace, sia pure con risultati diversi, perché l’organizzazione inglese ha condotto ad una moltiplicazione esponenziale degli introiti finanziari, che fanno del suo movimento quello più ricco e seguito al mondo, ottenuta attraverso una gestione marcatamente più liberale, tanto è vero che la maggior parte dei club di quel paese, come i due Manchester, il Liverpool, l’Arsenal e tanti altri, sono attualmente controllati da imprenditori stranieri di varia provenienza.
Invece, in Germania si è concentrata l’attenzione sul crescente e progressivo sviluppo della solidità economica di tutti i club in una proiezione protezionistica, dal che è conseguito che, se è vero che le società non possono certo competere con gli incredibili risultati finanziari ottenuti oltremanica, corrisponde a realtà che l’insieme del settore ha potuto raggiungere risultati sportivi notevolmente migliori, sia con le varie squadre di club, che con la stessa nazionale, anche per l’effetto favorevole dell’adozione di varie misure normative collaterali, tipo quelle che prevedono limiti di utilizzo di calciatori stranieri o l’obbligatorietà della creazione di vivai autoctoni.
In proposito è da rimarcare che le due strategie, pur diversificate, hanno in comune l’orientamento ad una tutela effettivamente collettiva degli interessi dei club e che esse condividono il favore per il ricorso a soluzioni orientate a realizzare il coinvolgimento diretto dei tifosi, con l'applicazione di istituti giuridici di vario genere, come, per esempio, l'azionariato popolare o diffuso, il trust od il crownfunding.
A tal proposito si sono sviluppate significative esperienze, alcune delle quali di successo ed altre fallimentari, come è nell'ordine delle cose, nel cui contesto il destino delle società sportive è stato legato in maniera più stringente proprio alla partecipazione dei portafogli dei tifosi, facendo leva sul loro attaccamento e sul sentimento di affiliazione ai colori sociali.
In Inghilterra, dove la prima esperienza di Supporter Trust risale al 1997 con il Bournemouth, una delle più interessanti e recenti storie ha visto coinvolto il club del Portsmouth, un club inglese che, fondato nel 1898 e con una lunga militanza nella massima serie inglese, ha dovuto affrontare dalla stagione 2007-2008 a seguire, a scapito di più che dignitosi piazzamenti ottenuti in Premiere League e nelle competizioni nazionali (in quella stagione 8° posto in campionato e vittoria della FA Cup), una serie di vicissitudini economiche dipese da vari passaggi di proprietà effettuati tra le mani di vari e disinvolti imprenditori, di dubbia solvibilità e dalla discutibile intraprendenza.
Infatti, nel corso del 2009 vi furono ben quattro passaggi di proprietà del club, fino ad all'acquisizione, per la quota del 90% del capitale, del controllo del club da parte di un affarista di Hong Kong., come effetto diretto della soddisfazione di un credito insoluto vantato nei confronti della società, senza che però da quel trasferimento il club abbia ricevuto effettivi benefici, tant'è che alla fine di quel periodo il Portsmouth è finito in amministrazione controllata, per evitarne il fallimento, subendo una pesante penalizzazione in classifica da regolamento federale, con conseguente retrocessione nella seconda serie, sebbene in quella stessa stagione la squadra abbia ancora giocato la finale di FA Cup con il Chelsea, perdendola.
Orbene, la procedura concorsuale del Portsmouth si è protratta per il corso del 2010, anche per l'effetto delle attività di contrasto esercitate dal dipartimento di riscossione dei tributi dello stato inglese, che, quale creditore di rilevanti cifre per tributi non versati, in una fase iniziale si è opposto fermamente al piano di definizione dei debiti nei termini proposti dagli amministratori della società, protraendo il corso delle attività concorsuali, tanto che il 22 ottobre 2010 veniva dichiarata ufficialmente la chiusura e la conseguente liquidazione del club.
Tuttavia, soltanto il giorno dopo, con una mossa del tutto inattesa, il principale creditore della società, cioè un imprenditore dell'est europeo ammesso al passivo, dichiarava di aver raggiunto un accordo per la definizione delle pendenze del club, che perciò riprendeva la sua attività agonistica nella stagione successiva, con la ripresa del controllo societario in favore del suo ultimo amministratore, così prendendo parte al campionato di seconda categoria, sia pure con alterne vicende.
Ma non è finita qui, perché dopo un ennesimo e rocambolesco passaggio di proprietà in favore di un altro imprenditore, questa volta lituano, la situazione societaria sembrava finalmente essersi ristabilizzata con le rosee premesse per un futuro migliore, almeno dal punto di vista economico, quando, però, il nuovo proprietario del club, a distanza di pochi mesi dall’acquisizione del controllo, veniva arrestato su mandato di cattura internazionale del suo paese per il coinvolgimento nella bancarotta fraudolenta di due banche del suo paese, da che la società è automaticamente rientrata nella situazione di amministrazione controllata, durata fino al 10 aprile 2013, quando, finalmente, il club diviene di proprietà del Pompey Supporters Trust, cioè di un fondo costituito attraverso la partecipazione dei suoi tifosi.
Oggi il modello organizzativo attuato dai tifosi, nonostante non trovi altrettanta corrispondenza nei risultati sportivi a causa di un'altra retrocessione della squadra, il cui percorso sportivo è culminato con il raggiungimento della quarta serie, è ritenuto una delle esperienze più significative per gli aspetti della soluzione giuridica che è stata attuata, mediante il ricorso ad un istituto di diritto, tipico dell'ordinamento anglosassone, è stato raggiunto un risultato di rilievo essenziale per la prosecuzione della vita del club, scongiurandone l'ipotesi della sua estinzione.
Dicevamo che di recente, le tendenze economiche, in precedenza delineate, hanno coinvolto anche l'Italia, che è assurta al ruolo di mercato strategico nell'àmbito delle relazioni economiche internazionali per i grossi capitali, tanto da richiamare l’attenzione di giganti dell'economia internazionale, interessati a rilevare le quote azionarie delle più importanti società, talvolta finanche con un ruolo minoritario nella platea sociale.
E, al contempo. l'Italia ha pure registrato il moltiplicarsi delle disgrazie economiche di altre società sportive, non ritenute appetibili o finite sotto il controllo di personaggi discutibili, fra cui la più famosa è sicuramente l'A.C. Parma, assoggetta a fallimento e rilevata dalla procedura concorsuale da un gruppo di azionariato diffuso che vede coinvolti a vario titolo ed in modo differente i tifosi, più o meno noti della squadra.
Quindi, anche da noi si è iniziato a studiare e ad implementare soluzioni economico-patrimoniali che richiedono l’intervento finanziario diretto dei tifosi al di fuori dello scambio economico tipico del prezzo dell’abbonamento o del biglietto della partita a fronte dell’organizzazione dell’evento, facilmente inquadrabile sotto il profilo giuridico, ma c’è da chiedersi se il contenuto dell’ordinamento attualmente in vigore contempli una disciplina sufficiente a regolare della realtà, che è in continuo divenire.
Infatti, tali fenomeni rendono sempre più necessario che l'ordinamento statuale o gli ordinamenti federali intervengano con prontezza a regolare le loro dinamiche, così come i conseguenti effetti, ritenendo auspicabile che le soluzioni possano essere ispirate da un lungimirante filo conduttore.
In tal senso, il sistema delle misure afflittive, con previsione di penalizzazioni, anche pesanti, in caso di inadempimenti societari nel pagamento delle retribuzioni ai propri tesserati costituisce una soluzione di peso marginale, di certo avulsa da una proiezione di più larghe vedute.
E, in effetti, il passaggio del controllo di alcune fra le società più importanti così come le trattative per altri trasferimenti di grande impatto che paiono essere sul punto di essere perfezionati, caratterizzati da una dimensione degli affari che risulta essere di difficile comprensione nel raffronto fra il possibile valore patrimoniale degli assets e l'entità delle risorse che si assume essere impiegata, fanno sorgere il dubbio che il nostro ordinamento non sia affatto in grado di regolare adeguatamente gli eventi in discorso.
Basti pensare alle esigenze di controllo di legalità sull'origine e sull'effettività degli enormi flussi finanziari che sono dichiarati nell’àmbito dei trasferimenti azionari dei club di prima fascia, per maturare il convincimento del bisogno di profondo ammodernamento delle regole per garantire la correttezza delle operazioni e delle attività dei protagonisti di tali vicende.
In tal senso, uno per tutti, si pensi alle modalità ed ai criteri di redazione dei bilanci di esercizio delle società sportive, che, assoggettati alla disciplina del codice civile ed ai criteri della prudenza, della competenza e della correttezza, prestano di per sé il fianco all'applicazione di metodi decisamente più discrezionali per le società sportive rispetto a quelli utilizzati dalle altre società commerciali (si consideri, ad esempio, alle modalità di postazione del valore dei cartellini dei calciatori, ben distante da criteri applicati in altri settori, potendoli assimilare a quelli delle immobilizzazioni immateriali nello stato patrimoniale, od alla precisazione dei criteri per la determinazione delle plusvalenze a seguito delle compravendite dei cartellini dei tesserati nel conto economico di esercizio), dovendosi considerare che l’introduzione dei criteri di compilazione dei bilanci in àmbito internazionale, che si ispirano al criterio dell’applicazione sistematica del principio del fair value, potrebbero addirittura accentuare il peso dei già sensibili fattori di rischio connaturati ed esistenti in materia di compilazione di bilancio, specie se rimessi all’indiscriminato apprezzamento di soggetti immuni da effettive attività di controllo, che dovrebbero essere svolte con efficacia ed obiettività da enti terzi.



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